Home C'era una volta La svolta radicale di Sly & The Family Stone

La svolta radicale di Sly & The Family Stone

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L’8 novembre 1971 al vertice della classifica degli album più venduti negli Stati Uniti arriva There’s a riot goin’ on un crudo e violento atto d’accusa sulla situazione dei neri d’America realizzato da Sly & The Family Stone. Si tratta di una svolta radicale per quella che era considerata la band danzereccia per antonomasia.

Una svolta a sorpresa

La band multirazziale di Sylvester Stewart (questo è il vero nome di Sly) a sorpresa butta alle ortiche la sua immagine felice, danzereccia ed energetica per imboccare la strada dell’impegno. Si tratta di una violenta e imprevista svolta radicale che cancella d’un colpo le “buone vibrazioni” e quello spirito di festa continua che ha caratterizzato, fino a quel momento, la produzione discografica del gruppo. Con l’appoggio convinto dei suoi compagni Sly decide di fare musica solo per la sua gente. La spensierata leggerezza dei testi che l’hanno portato al successo lascia posto a storie che raccontano la discriminazione e la povertà dei neri d’America e parlano del crimine e della droga come di una via di fuga per cambiare la propria vita. Denunciano gli arruolamenti forzati per andare a combattere nel Vietnam ma, soprattutto, parlano della crescita di una borghesia nera che, invece di affrontare la questione dei diritti civili e della pari dignità per tutti, contribuisce a mantenere inalterati i vecchi privilegi.

L’influenza del Black Panthers Party

È evidente in questa scelta il peso delle idee del Black Panthers Party, la cui influenza tra gli artisti neri è stata esponenziale. Da tempo Sly è sospettato di finanziare i gruppi dell’area più radicale. Alcuni giornali conservatori lo descrivono come un tossicodipendente “ricattato” dalle Pantere Nere che godrebbero di una sorta di “pizzo” sugli spettacoli e sulle vendite dei dischi. A differenza di altri non nasconde le sue simpatie politiche. Viene dal ghetto e quando il ghetto lo chiama risponde. La sua scelta, lungi dall’essere superficiale, è consapevole e dettata dalla voglia di non mescolarsi con quella borghesia nera che è diventata il bersaglio delle sue canzoni. Artisticamente è l’anello di congiunzione fra il soul degli anni Sessanta, che con lui cessa di essere in stato di soggezione di fronte al rock bianco, e il funk dei gruppi che troveranno la loro consacrazione negli anni Settanta. Alla sua genialità artistica saranno debitori artisti come i Funkadelic, i Parliament e Prince. La svolta radicale, però, non sarà indolore. Gli eccessi e la sua esuberanza, fino a quel momento considerati elementi di colore del personaggio, gli si ritorceranno contro. Infine, puntuale, arriverà anche l’arresto per droga e il carcere.

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".