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Capitale in agrodolce, torna la Roma Barzotta di Desario

Un momento della presentazione di "#Roma Barzotta 2" avvenuta lo scorso 23 ottobre al Tempio di Adriano con Virman Cusenza, Enrico Montesano, Riccardo Luna e Davide Desario. (Foto di Luciano Di Bacco per Dagospia)

“Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un ‘vendicatore’ capace di riparare torti e ingiustizie, ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo”. Così scriveva, a proposito della sua professione, il grande Enzo Biagi. Non sappiamo se si sia ispirato a questa frase del celebre romagnolo. E non sappiamo neppure se abbia mai inteso essere un “vendicatore”. Tuttavia sta riuscendo a farci scoprire un certo mondo, complicato e cervellotico come quello della Capitale. Parliamo di Davide Desario, direttore del Messaggero.it, e del suo nuovo libro #Roma Barzotta 2 (Avagliano, 2017) dove l’autore, diviso tra l’amore sconfinato verso la sua città e il cinico fatalismo della Capitale, tratteggia dei veri e propri “quadretti trasformati in fotografie” della Città Eterna e dei suoi abitanti.

#Roma Barzotta 2, il nuovo capitolo della saga di Davide Desario

Le nuove cronache del giornalista de Il Messaggero sono la raccolta dei suoi articoli che appaiono nella rubrica “Senza Rete” dove Desario, prendendo spunto dall’attività sui vari social network, riflette, con un pizzico di ironico disincanto, sulle vicende quotidiane dei romani e, come scrive nell’introduzione Malcolm Pagani, sui “loro gesti nobili e inattesi, le loro brutture, l’indole profonda, connaturata al luogo e alla sua storia, a una relativizzazione del tutto che, come ben sappiamo, parte da lontano”. E così Desario si rammarica della singolare chiusura della maggior parte dei locali alle 23:00 (pag.13), ironizza sulle cinquanta sfumature di bitume facendo riferimento al cronico problema delle buche (pag.15), stigmatizza la piaga degli abusivi davanti alle scuole (pag.46) e si chiede dove sia finita la Roma bella di una volta (pag.81). S’illumina però d’immenso quando, in mezzo alla tanta negatività che la Città Eterna ormai emana da tutte le parti, accompagna un suo amico milanese a scoprire “l’anima di Roma”, i rigatoni con la pajata (pag.97), s’inorgogliosce nel ravvedere le radici più profonde della città nei suoi alberi storici (pag.57), nota la straordinaria capacità delle donne romane di avere una marcia in più in mezzo a mille problemi (pag.70) e s’intenerisce quando vede un giovane ragazzo che attende la sua fidanzatina alla stazione Termini con un mazzo di fiori in mano (pag.114).

Il direttore de “Il Messaggero.it” Davide Desario (Foto di Luciano Di Bacco per Dagospia)

E così in mezzo a “tanta roba” e ai ripetuti “daje”, Desario trova sempre una ragione per continuare a credere nella Città Eterna e a pensare che gli altri, specialmente gli inglesi, non siano poi tanto migliori di noi. Leggendo bene tra le righe, tuttavia, sembra di sentire un Davide Desario più amaro rispetto a #Roma Barzotta. Rispetto al primo capitolo della saga delle sue cronache romane, sono sempre più rari i momenti in cui è possibile cogliere quella vena ironica tipica di Roma. E così le sue annotazioni sulla suora-Batman o sul Walter Finocchiaro “uno di noi” presenti nel primo volume, svaniscono ormai tra i mille disservizi della città, sul degradante stato della Capitale e sull’avvilente stato civico dei romani. Non c’è dubbio che, negli ultimi due anni, Roma ha continuato a declinare tanto negli indici economici, politici e sociali quanto nel senso pubblico e nell’educazione quotidiana divenendo una città ancora più cinica rispetto a quella che era già. Tutto ciò, però, non impedisce a Desario di continuare a sperare nella sua Roma suggerendo una proposta che la dice lunga sul suo amore verso la Capitale: “Ma resta una domanda: perché impugniamo il telefonino solo per filmare il brutto e non anche il bello di questa città?” E forse già in questa implicita accettazione delle pessime e irreversibili condizioni in cui versa Roma, dove bisogna addirittura rendere manifesto il desiderio di riprendere i lati migliori della Città Eterna con il proprio smart-phone, che risiede la difficoltà principale della Capitale: quella di rinascere dalle proprie ceneri, di riprogettare sé stessa e di fornire una nuova immagine della propria grandezza. In fin dei conti, ci vorrebbe solo un’Idea di Roma come si augura lo stesso Davide Desario in questa nuova puntata di #Roma Barzotta. E, piccola notazione personale di chi scrive quest’articolo, anche una classe dirigente all’altezza di questa colossale sfida.