La domanda di solito arriva a cena, quando qualcuno mette in pausa la serie per andare a prendere l’acqua e un altro, a metà tra il serio e il provocatorio, chiede quanto inquini tutto questo. Nessuno sa rispondere. Si ricorda vagamente di aver letto che un’ora di streaming equivale a qualche chilometro in auto, oppure no, forse era il contrario. Poi si riprende la puntata.
Il fatto è che il tempo libero digitale ha un corpo fisico che non vediamo. Dietro un film, una partita online o una playlist ci sono ripetitori, dorsali in fibra, router domestici e soprattutto data center: capannoni pieni di server accesi giorno e notte, che vanno alimentati e raffreddati senza un minuto di pausa. Quanto pesino davvero, però, è una faccenda su cui per anni sono circolate cifre molto diverse, alcune decisamente gonfiate.
Consumi dei data center: i numeri dell’Agenzia internazionale dell’energia
Partiamo da un dato solido. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che nel 2024 i data center del pianeta abbiano assorbito circa 415 terawattora, più o meno l’1,5 per cento dell’elettricità consumata nel mondo. La previsione, per la fine del decennio, è che il valore possa più che raddoppiare, e qui l’intrattenimento c’entra poco: a spingere è l’intelligenza artificiale, con server che consumano molto più di quelli che ospitano un sito o un catalogo di film.
Dentro quei 415 terawattora c’è di tutto. La posta elettronica di un’azienda di Brescia, i bonifici, le foto delle vacanze salvate in automatico sul cloud (quante volte le abbiamo riguardate? quasi mai), l’addestramento di modelli linguistici e, sì, anche le serate davanti alla TV. Per capire quanto sia efficiente una singola struttura si usa il PUE, un rapporto tra l’energia totale che entra nell’edificio e quella che arriva effettivamente ai server. Se fosse 1, tutto andrebbe alle macchine. La media del settore gira intorno a 1,5: circa un terzo dell’elettricità finisce in raffreddamento, illuminazione, perdite varie. I centri più recenti stanno parecchio sotto, quelli costruiti quindici anni fa spesso sopra.
Streaming video e giochi online: perché i consumi cambiano tanto da un servizio all’altro
Lo streaming video è il contenuto che muove più dati, e la quantità sale con la risoluzione, al punto che lo stesso film in 4K ne richiede diverse volte quelli della versione standard. Le prime stime sull’impronta di un’ora di visione, quelle che circolavano qualche anno fa e che parlavano di chilogrammi di anidride carbonica, si sono rivelate sballate. Calcoli più accurati, comprese le revisioni dell’agenzia dell’energia, le hanno riportate a qualche decina di grammi, con differenze ampie a seconda di come viene prodotta l’elettricità nel Paese e di cosa si usa per guardare.
Con i videogiochi il quadro si complica. Nel cloud gaming il gioco gira su un server lontano e a casa arriva solo il video, con la conseguenza che si pagano due conti insieme: la grafica calcolata nel data center e un flusso video ad alta frequenza di aggiornamento. Se invece il gioco è installato su console o PC, la rete trasporta poco più di coordinate e comandi, e il grosso del lavoro (e della bolletta) resta in salotto.
Poi ci sono i titoli che consumano quasi nulla in termini di traffico. Molti dei passatempi da casinò digitale, inclusi i giochi come european roulette online, funzionano con un generatore di numeri casuali che stabilisce l’esito sul server e manda al telefono pochi byte, mentre ruota, tavolo e fiches sono grafica già scaricata sul dispositivo. Una pagina che riassume regole roulette, puntate e pagamenti pesa meno della foto di un piatto postata su Instagram. Le versioni con il croupier in carne e ossa sono un’altra storia, perché trasmettono video continuo e si avvicinano allo streaming.
Consumi domestici: il televisore pesa più del server
Qui arriva la parte meno intuitiva. In molti casi l’energia legata a una serata di intrattenimento si consuma soprattutto in casa, non nei data center. Un televisore da 65 pollici acceso per tre ore assorbe parecchio di più della porzione di server e rete che gli serve per ricevere il contenuto. Una console o un PC da gioco con una scheda video importante, sotto carico, possono superare i 200 o 300 watt; un telefono si ricarica con una manciata di wattora.
Quindi, se l’obiettivo è ridurre i consumi domestici, la leva vera è l’hardware. Spegnere invece di lasciare in standby. Non tenere la TV accesa come rumore di fondo mentre si scorre il cellulare, abitudine diffusissima e piuttosto inutile. E soprattutto tenersi i dispositivi più a lungo: la produzione di un apparecchio elettronico concentra una fetta consistente delle emissioni del suo intero ciclo di vita, e cambiare smartphone ogni due anni pesa sul bilancio molto più di qualche ora di streaming in più.
Rinnovabili e recupero del calore: dove si sta muovendo il settore
Le grandi aziende tecnologiche sono diventate tra i maggiori compratori al mondo di energia rinnovabile, con contratti pluriennali per parchi solari ed eolici. Il problema è di orario, più che di quantità: un data center consuma la stessa energia alle tre del pomeriggio e alle tre di notte, mentre il sole fa quello che vuole. Da qui l’interesse per le batterie di accumulo, per contratti che abbinano consumo e produzione ora per ora e, in alcuni Paesi, per il nucleare.
C’è poi il calore. I server ne producono moltissimo, a temperatura bassa, e di solito lo si butta fuori con impianti di raffreddamento che a loro volta consumano. In diverse città del Nord Europa quel calore viene invece immesso nelle reti di teleriscaldamento e scalda appartamenti, uffici, piscine. In Italia il tema è più acerbo, ma la crescita dei data center attorno a Milano lo sta rendendo concreto, insieme a un altro problema, quello delle connessioni elettriche che in alcune zone cominciano a non bastare. Le regole europee sull’efficienza chiedono ormai ai gestori delle strutture più grandi di dichiarare consumi, acqua utilizzata e quota di rinnovabili, il che non risolve niente da solo, però almeno sostituisce le stime con qualche misura.





























